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Sesso nella Roma antica: anche i Romani avevano il Kamasutra

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Come era visto il sesso negli abienti della Roma antica? Era considerato peccaminoso o un vero e proprio piacere? Qual’era il ruolo delle concubine e delle schiave nei rapporti sessuali e come venivano visti l’omosessualità maschile ed il sesso di gruppo?


Capitolo IX-IL GRANDE GIOCO DELL’AMORE

Tratto dall’amore e il sesso nell’Antica Roma di Alberto Angela

Sesso in cucina

È un gradevolissimo odore di carne che cuoce assieme a delle spezie a guidare Lucius. La cucina è in fondo al breve corridoio nella zona servile della casa; lo si capisce perché non ci sono mosaici o affreschi: il pavimento è ricoperto con mattoni messi a spina di pesce e sulle pareti, accanto a rami secchi di piante da usare in cucina, si vedono macchie d’unto e graffiti con delle frasi incise nell’intonaco e delle righe messe in fila, simili ai giorni contati da un carcerato. Sono dei “numerali”, cioè conteggi di sacchi consegnati, giorni di lavoro, chissà…
Appena entra in cucina, Lucius viene accarezzato dall’abbraccio profumato degli aromi che fluttuano invisibili nell’aria, ma viene investito anche da un esplosione di colori: il rame delle casseruole appese al muro, il verde dei legumi tagliati sul tavolo di legno, il bianco del latte in una scodella, il rosso della carne fatta a cubetti, pronta per essere messa nella casseruola, il giallo del fuoco. E, al centro, c’è lei, Photis, la serva che prepara la cena ai padroni. È di schiena, e Lucius osserva i suoi movimenti mentre si dà da fare ai fornelli: sembra un serpente che ondeggia o un filo d’acqua di una fontanella che oscilla. Il va e vieni dei suoi reni evoca in Lucius la classica posizione sessuale della “Venere che dondola” (Venus pendula), con la donna che si muove, seduta a gambe larghe sull’uomo sdraiato.
È quello che i due faranno in seguito… Anche su di lei i colori colpiscono il giovane. Come la fascia-reggiseno color rosso vivo o le sue chiarissime palme delle mani che contrastano con la pelle scura. Lucius non vuole accontentare solo i suoi occhi, vuole premiare anche tutti gli altri sensi, e si avvicina alla serva. Ma nell’avanzare, urta una pentola e fa rumore. La ragazza si volta di scatto e fissa il ragazzo. La vista di Lucius ha un effetto dirompente sulla giovane donna, che rimane immobile, si arrende e socchiude gli occhi e le labbra. Il loro primo contatto avviene con la bocca, e Lucius sente il profumo del respiro alla cannella di Photis, poi accarezza la lingua che la ragazza gli offre, ormai prigioniera del suo desiderio, infine assapora il nettare che le labbra della ragazza distillano goccia a goccia…
Lucius chiede a Photis di sciogliersi i capelli, e di lasciarli liberi. Ma lei va ben oltre, sciogliendosi ciò che porta addosso. Rimane nuda, tranne per uno strano ciondolo metallico al collo dal quale non si separa mai. Davanti a Lucius appare finalmente quel corpo che ondeggiava come una fiamma. È un corpo sensuale, che i suoi occhi pennellano con i colori del desiderio: prima i seni, voluminosi e prominenti, poi i fianchi ampi in quel corpo magro, e infine il sesso, completamente depilato, che la ragazza pudicamente copre con una mano (forse più per calcolo malizioso che per vero pudore). Photis in quella posizione appare come Venere che esce dal mare. E Lucius la chiama “mia Venere, mia dolce Venere nera”.
Sono poi solo dei fotogrammi che ci descrivono quello che segue. Come il lampo dello sguardo o di un sorriso. Ma c’è anche il profumo di un seno, il sapore della saliva, la morbidezza delle ombre del suo corpo… È una Venere che si arrende sul tavolaccio da cucina, tra verdure tagliate, briciole di pane con le tazze colme di spezie che vengono rovesciate dall’ardore della passione… Tutto mentre la cena dei padroni aspetta sul fuoco, ribollendo la sua impazienza. Questa descrizione di sesso in cucina, liberamente ispirata a un’opera famosa, Le metamorfosi di Lucio Apuleio, 209 scritta nel II secolo d.C., permette di intuire quanto anche nelle opere i romani dessero un gran peso all’erotismo, visto che il sesso “spiccio” era comunque molto disponibile. Ma sia uno sia l’altro, paradossalmente, erano fuori dalla vita coniugale. Una scena di sesso in cucina come abbiamo visto o anche le rappresentazioni di amplessi passionali che si vedono sulle pareti di Pompei, non facevano parte della vita di marito e moglie. La libertà dell’amore e le gioie del sesso erano per altre donne (concubine, prostitute, schiave) e per altri uomini (amanti, schiavi). Ecco quindi spiegato perché entrambi cercavano l’adulterio, cioè il sesso fuori dal letto coniugale. A noi del Ventunesimo secolo, abituati al matrimonio per amore, può sembrare un’assurdità. Ma se non capiamo questo meccanismo della cultura romana, non capiremo il vero senso dell’amore e del sesso nell’antica Roma.

Come lo fa la moglie…

scenasessoQuello che fa la differenza nel sesso degli antichi romani è con chi si è a letto: se con un coniuge o con l’amante. Nel primo caso, l’obiettivo principale del sesso è la riproduzione; nel secondo, il piacere. Nel primo caso, quindi, una donna deve obbligatoriamente essere fedele, nel secondo è libera di cambiare partner quanto vuole. Ma ci sono altre conseguenze sorprendenti, e riguardano i movimenti e le posizioni. Perché a letto tutto cambia.
Nel suo ruolo di moglie, una matrona romana non deve conoscere le gioie del sesso. Mentre fa l’amore, non deve muoversi, né gemere. Niente abbracci sensuali, niente movimenti per facilitare l’amplesso del marito: sarebbe una tragedia. Dal momento che è arrivata vergine al matrimonio e che le nozioni di sesso le ha apprese facendolo con il marito, se fa qualcos’altro vuol dire che lo ha imparato facendo sesso con un altro uomo… Quindi deve rimanere immobile durante tutto l’atto sessuale e aspettare. Ma in quale posizione? In quella cosiddetta “del missionario” (cioè stando sdraiata sulla schiena), che facilita il concepimento, oppure, secondo Lucrezio, nella posizione “degli animali quadrupedi”, sempre per lo stesso motivo.
Marziale, in un suo scritto dal sapore umoristico, ci svela la vera atmosfera che si respirava nella camera di un marito e di una moglie in una notte di sesso. Senza di lui, non avremmo forse conosciuto dettagli illuminanti su una situazione che doveva essere molto diffusa nelle case delle coppie romane. Attraverso Marziale, infatti, scopriamo un marito che si lamenta con la propria moglie della sua eccessiva rigidità a letto e desidererebbe tanto che, quando fanno l’amore, accendessero una lucerna, che lei si togliesse il “reggiseno”, le sue tuniche e i suoi “mantelli” scuri, che proferisse parola e facesse qualche gesto, e che non lo abbracciasse come lei fa di solito ogni mattina con sua nonna… Insomma, marito e moglie facevano l’amore al buio, vestiti e in silenzio, senza abbracci focosi.
La mancanza di coinvolgimento nel sesso tra marito e moglie romani era davvero agghiacciante.

SECONDA PARTE

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