Confucio: la vita e le opere di colui che venne chiamato il figlio del Cielo

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Confucio: la vita e le opere

Confucio (latinizzazione dei nome cinese K’ung Fu Tsu, che significa “Maestro Kung”) nacque l’anno 551 a.C. nello stato di Lu, non lontano dall’attuale distretto di Shantung. Il suo nome d’infanzia era Ciu, quello d’adulto Ciung-ni.

La sua vita è ampiamente narrata dal grande storico cinese Su-ma-cien, vissuto tra il 145 e l’86 a.C.
Nei suoi “Documenti storici” viene spiegato che Confucio era di nobile famiglia appartenente alla casata reale Sung. Trasferitasi nel piccolo regno di Lu, la famiglia si era successivamente impoverita.

Il padre di Confucio era stato un grande generale dei regno di Lu. Morì lasciando Confucio orfano ad appena tre anni. Fu dunque allevato dalla madre, che aveva sposato il generale quando questi era già più che settantenne. Il matrimonio fu infatti un fallimento e i genitori di Confucio vissero quasi sempre separati. La madre, racconta Su-ma-cien, tenne nascosta a Confucio perfino l’ubicazione della tomba del padre. Il giovane finì col conoscerla grazie alle rivelazioni di una contadina. Nonostante questa frattura famigliare, fece del culto della famiglia, e in particolare del padre e degli antenati, uno dei cardini del suo insegnamento e della sua etica.

In giovane età Confucio fu un autodidatta e si interessò quasi subito e quasi esclusivamente di storia antica. Gli venne data moglie all’età di diciannove anni. Si impiegò come funzionario dello Stato, dapprima con l’incarico di gestire i pubblici granai, e poi di sovrintendere all’allevamento e alla cura degli animali destinati ai sacrifici.

Nel 501 a.C. venne nominato primo ministro dello stato di Lu. Pochi anni dopo, disapprovando la politica del signore di Lu, si dimise e cominciò a viaggiare per proprio conto da uno all’altro dei molti stati della Cina feudale. Si procurava da vivere insegnando.

Gli ultimi tre anni li trascorse di nuovo a Lu dove insegnò e si concentrò sullo studio dei classici.

Morì nel 479 a.C. e venne sepolto a Ciufu, dove oggi è possibile visitare la sua tomba e la raccolta di cimeli che documentano la sua vita.

Le opere “confuciane” giunte sino a noi sono state, nella gran parte, redatte dai suoi allievi e seguaci, che annotavano e registravano quei pensieri e quei commenti che via via il maestro andava enunciando.

Sussistono pochi dubbi sull’autenticità di questi testi, data la loro coerenza di pensiero e la filosofia che li informa.

Tali testi sono: Gli studi superiori (“ta hsue”); Il costante mezzo (“ciun yung”) e I colloqui (“lun yun”).

Il figlio del Cielo

Figlio di un’aristocratica famiglia impoverita, orfano di padre, autodidatta, Confucio si dedicò assai presto agli studi. Soprattutto, amava insegnare ed è quasi sempre insegnando che si guadagnò da vivere. Fu certamente un uomo strano e diverso anche per i suoi tempi. Vagabondò in lungo e in largo per la Cina feudale, ma non pensò mai di creare “scuole”; ciò nonostante, attorniato da un piccolo stuolo di seguaci, in particolare da sedici discepoli, o “allievi”, ai quali era particolarmente affezionato, pose le basi di quella che è stata la Cina per oltre duemila anni, e di un’etica tra le più influenti del mondo.

Attinse la sua straordinaria saggezza e la sua enorme cultura allo studio dei classici – vale a dire alla riscoperta dell’antichità. Infatti, dall’approfondita analisi degli usi e dei costumi e dell’etica di quello che reputava l’ideale periodo storico – l’inizio della dinastia Ciu – trasse il suo insegnamento sociale e politico, che auspicava il più grande rispetto morale per l’ordine. Secondo Confucio, l’atto di governare doveva tradursi, sempre, in “ogni cosa al giusto posto”. Governare bene significa, per Confucio, mettere ordine e mantenere ordine sulla base di rigorosi principi morali trasmessi dal signore – dall’uomo superiore, cioè spiritualmente progredito ed elevato – mediante l’esempio: sono indicative in questo senso due massime confuciane:

Il Maestro espresse l’intenzione di recarsi a vivere tra i barbari che risiedono a Est. Gli chiesero allora: Come puoi tu vivere tra i barbari? Confucio, rispose: Dove abita un signore come possono esserci barbari?

L’uomo elevato che desidera raggiungere un punto elevato cerca di portare con sé anche gli altri. Volendo capire, cerca che anche gli altri capiscano. In questo sta la forza dell’ elevazione spirituale: offrire se stesso come esempio.

Sviluppò, Confucio, una cultura straordinaria per i suoi tempi. Fu anche archeologo insigne e, con le sue ricerche, restituì alla Cina in misura notevole il senso dei proprio passato e della propria peculiare unicità.

Insegnava, dunque, e studiava. Era in conflitto costante d’idee con i potenti ma sapeva all’occorrenza servirli e consigliarli. Era felice quando poteva starsene con i suoi discepoli nella sua casa, quando poteva leggere e ascoltare la musica. E rimasta famosa questa descrizione di Confucio: “Gentile, allegro, e senza sapere mai dove andare!”

Intorno ai cinquant’anni la sua statura morale finalmente si impose. Venne nominato magistrato (è di questo periodo un suo commento: Presiedendo ai processi mi comporto come chiunque altro, ma quanto meglio sarebbe se di processi non ve ne fosse nessuno!), poi gli furono affidati importanti incarichi di Stato: segretario alle opere pubbliche, segretario alla giustizia. Quindi, nel 496 a.C., divenne primo ministro del re.

Si adoperò intensamente per tradurre in prassi comune le sue teorie politiche, per immettere nello Stato il suo pensiero morale. Riuscì in molto, ma non in tutto. E diffatti finì col dimettersi e riprese a vagabondare. Sembrava fare apposta a viaggiare scomodamente, e anche pericolosamente. Fu spesso aggredito dai banditi e subì calamità naturali di ogni genere, tanto che i discepoli che sempre lo seguivano avevano timore ad accompagnarlo. Confucio non ci badava. Pensava a insegnare e a suonare le sue musiche predilette. Veniva in quegli anni descritto come una persona serena, umile ma sempre molto sicura di sé.

Dopo quattordici anni di quella vita errabonda decise all’improvviso di tornare a Lu. Spiegò ai discepoli che occorreva affrettarsi a insegnare la “norma” alle giovani generazioni. Rientrò in patria che aveva 67 anni. Trovò, a Lu, che uno dei suoi primi discepoli era divenuto un importante ministro. Iniziò per Confucio un breve ma fecondissimo periodo di studi. É in quegli ultimi anni che scrisse anche un importante avvertimento sulla necessità di rispettare la gerarchia.

Confucio morì a 72 anni, avendo ormai acquisito fama di grande maestro. Non immaginava però l’influenza che i suoi insegnamenti già stavano esercitando, e che per secoli avrebbero esercitato, in tutta la Cina e oltre.

É in Oriente che è stato inizialmente divulgato l’insegnamento secondo il quale Dio Creatore (il Cielo, per usare la terminologia confuciana) ha inviato nelle varie epoche e nei diversi luoghi della civiltà umana, dei suoi messaggeri, dei suoi figli. Questi uomini sacri, questi “figli del Cielo”, in diversi momenti della storia e in diverse civiltà, ebbero il compito di ricondurre l’uomo alla legge originaria, riavvicinandolo alla volontà dei Creatore. Spiega questo insegnamento che la struttura e lo stile di quanto i diversi messaggeri divulgarono varia, perché diversa fu l’epoca in cui operarono, diversi i contesti. Ma la base, l’essenza, rimase unica sempre.

Confucio fu dunque un figlio del Cielo, secondo questo pensiero. Un uomo ispirato e quindi ispiratore, che poté introdurre nel proprio tempo, in modo comprensibile e accettabile in quella cultura, un insieme di leggi universali. C’è chi osserva come Confucio non fosse un capo religioso, e come il confucianesimo non sia, e non sia stato mai, una religione. Ed è vero.

A questo è stato risposto, appunto in Oriente, “La legge di Dio è forse una religione? É soltanto una religione? C’è Dio dove si rispetta Dio e ci si comporta come figli del Cielo?”

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