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L’Arabia prima di Maometto: politeismo tribale e riti magici

arabia pre-islamica

L‘Arabia Saudita e tutta la penisola arabica prima dell’avvento dell’Islam e della predicazione di Maometto erano un guazzabuglio di culti tribali, retaggio dei precedenti popoli che abitavano quei luoghi, rituali magici e superstizioni varie, il tutto unito ad una remota credenza nella reincarnazione. L’Islam che noi conosciamo altro non è se non un sincretismo religioso di culti ancestrali pagani uniti ad una forte influenza ebraica attraverso la Torah.

Prometheus


La religione dell’Arabia pre-islamica

di Lawrence M.F. Sudbury

Graffito pre-islamicoÈ piuttosto indubitabile che la religione islamica si sia sviluppata inglobando, come ogni altra religione, credenze precedenti, i cui retaggi, pur in forma fortemente rimaneggiata, rimangono tuttora evidenti. Purtroppo il materiale che possediamo non ci permette di formare un quadro completo e chiaro della religione degli Arabi pre-islamici: tutto ciò che sappiamo deriva da dichiarazioni isolate di scrittori greci, da poche iscrizioni greche o semitiche, da raccolte di componimenti di poeti antichi e da alcuni aneddoti e tradizioni inserite nella letteratura islamica più tarda, mentre alcune informazioni possono essere raccolte anche da allusioni polemiche nel Corano. Molto credito va, infine, dato a un paio di studiosi musulmani dei primi secoli che hanno faticosamente raccolto e tramandato ai posteri, in forma sistematica, le informazioni in loro possesso sulla mitologia pagana e rituale. Tra questi studiosi una posizione di assoluto rilievo deve essere assegnata a Hisham al-Kalbi, comunemente noto come Ibn al-Kalbi (819-920 d.C.), autore del “Kitab al-Asnam” (“Il Libro degli Idoli”) che rimane, a tutt’oggi, la nostra fonte principale per la comprensione della religione araba pre-islamica.

Una società laica e idolatra

Localizzazione delle tribù arabeAnche le scarse prove disponibili sono sufficienti per comprendere che, contrariamente a quanto potremmo pensare oggi, gli Arabi delle generazioni immediatamente precedenti a Maometto non dimostravano di avere un forte senso religioso. In realtà, al contrario, potremmo definire la religiosità pre-islamica come tiepida, se non, addirittura, indifferente per gran parte della popolazione.
La conformità alla pratica religiosa sembra, piuttosto, nascere da una sorta di “inerzia tribale”, dettata dal rispetto per le tradizioni conservatrici più che da una autentica devozione a una divinità “pagana”.

Una storia raccontata sul poeta arabo Imru ‘al-Qays (501-544 d.C.) ben illustra questo punto. Avendo deciso di vendicare l’assassinio di suo padre da parte dei Banu Assad, il poeta si fermò al tempio di Dhual-Khalasah a consultare l’oracolo per mezzo del disegno tracciato dal lancio di una freccia. Quando per tre volte di seguito l’arco tracciato dalle frecce da lui scagliate indicò di abbandonare l’impresa, Imru si gettò sulla statua di Dhual e lo distrusse esclamando: “Maledetto! Se fosse stato tuo padre ad essere stato assassinato non avresti vietato la mia vendetta”.
Immagini del tempio di DhualQuesta indifferenza di fondo verso la religione non deve, però, portare a concludere che non esistesse alcuna religione di sorta. In realtà, sempre più studi concordano sul fatto che probabilmente la prima forma di religiosità sviluppata nella penisola araba fosse di stampo para-monoteista, con l’idea di un potere supremo che controllasse l’universo, che avesse facoltà di giudizio sulla vita degli uomini dopo la morte e che avesse schiere di angeli al suo servizio. Tale credenza è illustrata da numerosi testi letterari, quali il verso di Nabigha in cui è scritto:

«Ho giurato e ciò non lascia più alcun dubbio, perché chi altro può sostenere l’uomo all’infuori di Dio?»

in cui è piuttosto evidente il riferimento monoteistico, o il distico di Zahir b. Abi Salma:

«Le azioni sono registrate nel rotolo del libro che sarà presentato nel giorno del giudizio; la vendetta può essere presa anche in questo mondo»

che dimostra una chiara fede in un giudizio ultraterreno post-mortem.
Col tempo, comunque, pare che si sviluppasse una concezione di “delega di poteri” dall’unico dio a personaggi minori o oggetti sacri, certamente più vicini ai fedeli: è in questo processo che possiamo leggere il culto di idoli, persone sante e corpi celesti non come culto politeistico in senso stretto ma come tributo alla divinità unica da essi incarnata.
È, altresì, altamente probabile che nello sviluppo di questa attribuzione di culto semi-politeistico non sia stata esente una sorta di orgoglio tribale, tale per cui ogni tribù si sia “ritagliata” una divinità propria a cui far riferimento, soprattutto nel momento di dispute bellicose con le altre tribù vicine. ManatCosì, ad esempio, la tribù “Kalb Wadd” adorava una divinità di nome Hudhayl Suwa, la tribù di Madh’hij e il clan dei Quraysh Yaghuth adoravano il dio Khaywan Ya’uq, il cui santuario era situato a due giorni di viaggio dalla Mecca, e la tribù di Himyar venerava con sacrifici il dio Ri’am, venerato nei templi di Balkha e di San’a.
La presenza di divinità tribali, in ogni caso, non escludeva il culto di divinità adorate da più gruppi, fino a diventare vere e proprie divinità nazionali, la cui origine, comunque, dovrebbe essere con ogni probabilità ricercata in popoli stranieri (Nabatei, Sabei, etc.) stabilitisi provvisoriamente o definitivamente nella penisola araba a seguito di migrazioni nomadiche. Bassorilievo di al-LatIl più antico tra questi dei era Manah (o Manat), una divinità solare il cui tempio principale era stato eretto in riva al mare nelle vicinanze di Mushallal, tra Medina e Mecca e che, benché venerato con offerte votive da tutte le tribù, aveva i suoi fedeli più devoti tra i Banu Aus e i Khazraj.
Un’altra dea ardentemente venerata dagli Arabi era conosciuta come al-Lat. Il suo idolo era rappresentato da una pietra cubica custodita dai Banu Attab Ibn Malik del Thaqif, che avevano edificato un grande tempio in suo onore, e il suo culto era presente presso i Quraysh e in quasi tutte le tribù d’Arabia. Quasi certamente era una dea della terra e dei suoi frutti e certamente il suo culto fu tra quelli più difficili da stroncare da parte dell’Islam, tanto che Maometto dovette inviare al-Mughirah ibn Shu’bah a distruggere il suo idolo per convertire l’area del Thaqif e, una volta dato alle fiamme il tempio, questi lasciò un avviso a perenne monito:

«Non venite ad adorare al-Lat, Allah l’ha destinata alla distruzione.
Come si può essere aiutati da chi che non è vittorioso?
In verità, una volta appiccato il fuoco, essa non ha resistito alle fiamme,
né ha salvato le sue pietre, senza gloria e senza valore.
Pertanto, quando il Profeta arriverà al tuo posto,
non uno dei suoi devoti rimarrà al momento della sua partenza».

al-UzzaUna terza dea venerata dagli Arabi era conosciuta come al-Uzza e si trattava di una divinità della guerra di origine Sabea, il cui tempio, costruito nell’area di al-Ghumyayr, nei pressi della strada della Mecca, era il più grande della penisola araba ed era considerato un centro oracolare.

Le figlie del Dio (Manat, Lat, Uzza)È interessante notare come, in molte leggende, le tre divinità sopra menzionate, pur avendo origini diverse, venissero considerate una sorta di triade divina, unita da vincoli (variabili da racconto a racconto) di parentela. Spesso esse venivano chiamate “le figlie del Dio” (ancora una volta ad indicare un monoteismo originale) e in particolare i Quraysh le adoravano deambulando in senso circolare intorno alla Ka’bah, il tempio in cui era conservata una “pietra divina discesa dal cielo” (probabilmente un meteorite, ancor oggi venerato dagli islamici come “pietra nera”), e cantando inni in loro onore, in una pratica che è stata sincretizzata dall’Islam e che fa parte tutt’ora del rituale dell’Hajj.

SECONDA PARTE

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